Forgotten war

Ukraine - 2017

TIFA Award From its Capital to the small towns devastated by bombing, Ukraine looks more and more like a country left on its own. Kiev tries to move on its road toward progress, but Euromaidan protests, colliding against the strong Ukrainian systemic resistance, were not enough to raise hope for a tighter closeness to Europe. The hryvnia, the national currency, has lost about 40% of its value since 2014, and priority is given now to the fight against corruption, while real wages are down a quarter and the average monthly salary has been decreased by 186 dollars. The UN estimates that 80% of Ukrainians is now living with less than 5 dollars a day.

From 1991, the year of its independency, the former soviet land had to rebuild its identity, in a precarious balance between a European Future and the massive shadow of its Russian past, fighting sometimes against its own shape, not only because it geographically represents the central crossroad of the European continent, but also because right there, in that land, Russian history began.

The umbilical cord that ties Kiev to Moscow has maintained, with some struggle, its integrity in the 2004 orange revolution, but it risked its breaking with the wild protests in Maidan Square, the city’s main square that in 2014 gave name to “Euromaidan”, where more than 70 people died, leading to the removal of the former president Viktor Yanukovych.
The outcomes of these events were critical. Russia refused to acknowledge the new interim government and directed its political influence on some historically disputed lands between the two countries. Crucial actions were undertaken by Moscow to facilitate its control over Crimea. These measures included a referendum in the peninsula on self-determination, the shipping of military and economic aid to local civilians and troops, and supporting the separation of the Donbass from Ukraine. The strategy chosen by Putin so far, a mixture of volunteers, military advisers, regular troops and propaganda – with the subsequent denial of every single action – seems to be working, but most of all it seems to resist pretty well, despite the fact that military occupations never last long: just remember how the war in Chechnya ended – the one that was renamed “Russia’s Vietnam”.

Ukraine, with its policy of shifting alliances, now governed by Petro Poroshenko, once again does not allow its citizens to understand which forces are really involved in the ongoing conflict, beside the obvious Russian interference.

In this apparently far away universe, suspended in a distant Europe, the Minsk Protocol was not enough to stop the war at the borders of Donbass and Luhansk, marking, since the begin of the conflict, more than 9.300 deaths, countless casualties, a spread of violence, unpunished rapes and attacks on journalists. It became, in the technical definition, a low intensity conflict, and the support of an extensive network of volunteers and veterans has become essential to take daily care of the soldiers in the regions affected by the war.

Europe has, more than ever before, no desire to start an open fight with Russia, meaning that it will be very difficult for the Ukrainian army to affirm itself to a point where Moscow stops invading their country. In Brussels, despite Angela Merkel’s interest in Kiev’s fate, it is now clear that the Ukrainian problem is, at this time, unmanageable, and that it could possibly be controlled only in the future. As if Ukraine weren’t a European Land.

Dopo la rivoluzione arancione, le proteste di Euromaidan, e l’annessione della Crimea alla Russia, l’Ucraina è oggi impegnata a combattere una guerra che sia l’Europa che le grandi potenze mondiali preferiscono ignorare.

Dalla capitale ai villaggi massacrati dai bombardamenti, l’Ucraina sembra essere sempre di più un paese abbandonato a se stesso. Kiev cerca di portare avanti la sua strada verso il progresso, ma non sono bastate le proteste di Euromaidan a gonfiare le speranze di avvicinarsi al vecchio continente, scontrate di fatto contro le forti resistenze sistemiche ucraine. La priorità è la lotta alla corruzione mentre la valuta nazionale, la hryvnia, dal 2014 ha perso circa il 40% del valore e i salari reali sono scesi di un quarto e la media dei salari mensili è scesa a 186 dollari. L’Onu stima infatti che l’80% degli ucraini vive al momento con meno di 5 dollari al giorno.

Dal 1991, data della sua indipendenza, l'ex territorio sovietico ha dovuto ricostruire la sua identità in bilico tra un futuro europeo e l’ombra ingombrante del passato russo, lottando a volte contro la sua stessa conformità, non soltanto perché rappresenta geograficamente il nodo centrale del continente Europeo, ma anche perché lì, in quella terra, ebbe origine la storia della Russia.
Il cordone ombelicale che lega Kiev a Mosca ha mantenuto, seppur con fatica, la sua integrità nella rivoluzione arancione del 2004, rischiando poi di spezzarsi con le impetuose proteste di Piazza Maidan, da qui il nome "Euromaidan" del 2014, nelle quali persero la vita più di 70 persone e che portarono alla rimozione dell'allora presidente Viktor Yanukovych.

Le conseguenze di questi avvenimenti furono critiche. La Russia si rifiutò di riconoscere il nuovo governo ad interim, ed avviò una politica di influenza su alcuni territori storicamente contesi tra di due paesi. Azioni determinanti vennero intraprese da Mosca sia per favorire il controllo della Crimea attraverso un controverso referendum sull'autodeterminazione della penisola ed invio di aiuti militari ed economici a militari e civili locali, sia favorendo la separazione, dal territorio dell'Ucraina, del Bacino del Donec, noto anche come Donbass. La strategia adottata finora da Putin, un misto di volontari, consiglieri militari, truppe regolari e propaganda - con conseguente negazione di ogni singolo provvedimento - sembra funzionare, ma sopratutto resistere piuttosto bene nonostante le occupazioni militare non hanno mai avuto vita lunga, basta ricordare com’è andata a finire la guerra in Cecenia — quella che è stata ribattezzata come “il Vietnam della Federazione Russa”.

L’enorme trasformismo della politica ucraina, governata in questo momento storico da Petro Poroshenko, ancora una volta non permette di far capire ai cittadini (così come agli osservatori occidentali) quali siano realmente le forze in gioco oltre la conclamata ingerenza Russia nel conflitto in atto.
In questo universo che sembra lontano anni luce, sospeso in un’Europa distante, gli Accordi di Minsk non sono bastati a fermare la guerra al confine delle regioni del Donbass e Luhansk, segnando, dall’inizio del conflitto, oltre 9.300 morti, innumerevoli feriti, violenze, stupri impuniti e giornalisti attaccati. È diventato un conflitto a bassa intensità come si dice in termine tecnico e il sostegno della fitta rete di volontari e veterani diventa essenziale, occupandosi ogni giorno di aiutare i soldati nelle regioni colpite dalla guerra. Mai come prima, l’Unione Europea non ha alcuna intenzione di imbarcarsi in uno scontro aperto con la Russia. In questo modo l'esercito regolare ucraino troverà non poche difficoltà ad affermarsi e a convincere Mosca che un'invasione del territorio sia di fatto una pessima idea.

A Bruxelles, nonostante Angela Merkel abbia da sempre mostrato interesse per le sorti di Kiev, è ormai chiaro che la questione Ucraina ad oggi risulti semplicemente ingestibile o possibilmente controllabile solo in un secondo momento. Come se, di fatto, non fosse terra d’Europa.

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